Le discussioni più interessanti sull’AI non nascono sempre nei grandi eventi tecnologici. A volte iniziano davanti a una birra e finiscono per interrogarsi sul futuro dell’umanità.

Ci sono conversazioni che iniziano come un semplice scambio di idee tra amici e finiscono per trasformarsi in qualcosa di più.
Mi è successo qualche giorno fa a Valencia, in un bar vicino allo stadio Mestalla.
Ero seduto con due amici. Uno insegna filosofia, l’altro lavora come funzionario nella pubblica amministrazione. Tre percorsi professionali molto diversi, tre modi differenti di osservare il mondo.
Come spesso accade ultimamente, la conversazione è finita sull’intelligenza artificiale.
La domanda era semplice:
stiamo assistendo a una rivoluzione tecnologica destinata a cambiare tutto oppure a una bolla alimentata da aspettative eccessive?
Il mio amico filosofo non aveva molti dubbi.
Pur riconoscendo il potenziale della tecnologia, vedeva nell’entusiasmo attuale alcuni segnali tipici delle grandi mode del passato. La sua preoccupazione principale, però, non era economica.
Era culturale.
Secondo lui, più deleghiamo attività cognitive all’AI, più rischiamo di perdere l’abitudine a pensare in modo autonomo.
Meno spirito critico.
Meno capacità di analisi.
Meno esercizio del pensiero.
Una tecnologia nata per aumentare la produttività potrebbe, paradossalmente, renderci più dipendenti.
Il mio amico, funzionario nella pubblica amministrazione, osservava il fenomeno da una prospettiva più concreta.
Nella sua esperienza quotidiana vede già processi, documenti e attività ripetitive che potrebbero essere automatizzati in larga misura.
Per lui la vera questione non è se l’AI cambierà il lavoro, ma quanto velocemente organizzazioni e istituzioni saranno in grado di adattarsi.
Tra la prudenza del filosofo e il pragmatismo del funzionario, la conversazione si stava facendo interessante.
Dal tavolino accanto si è poi unito alla conversazione un uomo che ci stava ascoltando da un po’.
Aveva una birra in mano e, sorridendo, ci disse:
«Scusate se mi intrometto, ma vi sto ascoltando da un po’. L’argomento è davvero interessante.»
Ci raccontò di essere un ingegnere informatico originario di Palma di Maiorca.
Lavorava nel settore da molti anni e, nonostante avesse attraversato diverse fasi della trasformazione digitale — dall’avvento di Internet e della bolla delle dot-com fino all’arrivo dello smartphone moderno — sosteneva di non aver mai visto nulla di paragonabile a ciò che sta accadendo oggi con l’intelligenza artificiale.
«Siamo solo all’inizio.»
Era questa la frase che ripeteva continuamente.
Dai modelli linguistici agli agenti AI
Ciò che trovavo interessante non era tanto il suo ottimismo, quanto il modo in cui lo argomentava.
Non negava i limiti degli attuali modelli linguistici (LLM).
Al contrario.
Sottolineava come gli LLM siano sistemi probabilistici, molto diversi dal modo in cui siamo abituati a immaginare il ragionamento umano.
Ma il punto, secondo lui, non era il modello individuale.
Era ciò che accade quando più agenti AI iniziano a collaborare tra loro, scambiandosi informazioni, verificando risultati e coordinando attività.
La sua tesi era che dalla collaborazione tra molte intelligenze artificiali potrebbero emergere capacità nuove, difficili da immaginare osservando ogni sistema in modo isolato.
In quel momento mi sono reso conto che il punto non era più l’AI come strumento singolo, ma come ecosistema di sistemi che interagiscono tra loro. Una prospettiva che cambia completamente la scala del problema.
Il vero limite dell’intelligenza artificiale: l’energia
Da lì la conversazione si è spostata su un tema che raramente compare nei titoli dei giornali: l’energia.
L’essere umano è una macchina straordinariamente efficiente.
Con risorse limitate è capace di produrre innovazione, creatività e progresso.
L’intelligenza artificiale, invece, richiede enormi quantità di potenza computazionale, infrastrutture e consumo energetico.
Dietro ogni avanzamento tecnologico c’è una domanda molto concreta:
avremo le risorse necessarie per sostenerlo?
Computer quantistici e capacità computazionale
Abbiamo finito per parlare di computer quantistici, qubit e delle possibili evoluzioni future della capacità computazionale.
Un qubit, a differenza di un bit tradizionale che può rappresentare soltanto 0 o 1, può trovarsi in una sovrapposizione di stati fino al momento della misurazione.
Una caratteristica che, almeno in teoria, potrebbe consentire di affrontare problemi estremamente complessi con capacità computazionali oggi impensabili.
Temi ancora lontani dalla vita quotidiana, ma che potrebbero far parte della prossima fase di questa trasformazione tecnologica.
Perché il futuro dell’AI è così difficile da interpretare
A quel punto mi sono fermato a osservare la scena.
Un professore di filosofia.
Un funzionario della pubblica amministrazione.
Un ingegnere informatico originario di Palma di Maiorca, incontrato per caso davanti a una birra.
Tre prospettive diverse sullo stesso fenomeno.
E forse è proprio questo che rende l’AI così difficile da interpretare.
Non è soltanto una questione tecnologica.
È una questione economica, sociale, culturale, energetica e anche filosofica.
Continuo a pensare che siamo di fronte a una rivoluzione paragonabile all’arrivo di Internet o alle grandi rivoluzioni industriali del passato.
La differenza è che, mentre la stiamo vivendo, è quasi impossibile prevederne con precisione la destinazione finale.
Possiamo intuire il potenziale.
Possiamo immaginare alcuni scenari.
Possiamo discutere opportunità e rischi.
Ma nessuno sa davvero come sarà il mondo tra dieci anni.
Ed è forse questa incertezza a rendere questo momento storico così affascinante.
Conclusione
Una cosa però la so.
Ogni volta che viaggio in Spagna torno a casa con qualche idea nuova.
E a volte le conversazioni più interessanti non nascono nelle conferenze o nei grandi eventi tecnologici.
Nascono davanti a una birra, in un bar qualsiasi, tra persone che cercano semplicemente di capire dove ci porterà il prossimo capitolo dell’innovazione.